Il sondaggio del World Gold Council evidenzia un crescente scontro sui fondi congelati dell’Iran, una questione chiave nel recente memorandum d’intesa. Mentre Teheran insiste che i fondi siano un suo diritto sovrano, Washington sostiene che debbano essere rilasciati sotto rigide condizioni.

La narrazione statunitense inquadra i fondi come esclusivamente umanitari, strettamente monitorati. Il presidente Donald Trump aveva precedentemente dichiarato che parte delle risorse rilasciate sarebbe servita per acquistare prodotti agricoli americani—grano, mais, soia—garantendo che le merci raggiungessero gli iraniani senza trasferimenti diretti di denaro al governo. Il vicepresidente J.D. Vance ha aggiunto che i pagamenti sarebbero andati a fornitori approvati all’estero, trasformando i fondi congelati in leva per le esportazioni USA.

L’Iran respinge questa condizionalità. Il governatore della Banca Centrale Abdolnaser Hemmati ha riconosciuto la possibilità di acquistare beni statunitensi ma ha sottolineato che Teheran non è vincolata a limitare la spesa alle esportazioni americane. Per l’Iran, i fondi sono proprietà sovrana e il rilascio non trasferisce l’autorità decisionale a Washington.

I fondi sono sparsi a livello globale: 20 miliardi di dollari in Cina, 15 miliardi in Iraq, 7 miliardi ciascuno in Corea del Sud e India, 6 miliardi in Qatar e circa 10 miliardi tra Europa, Giappone e Stati Uniti. L’accesso resta bloccato da sanzioni, contenziosi legali e restrizioni bancarie.

Il quadro attuale prevede un rilascio graduale legato al rispetto politico entro 60 giorni. Washington cerca il controllo sulla distribuzione, collegando l’alleggerimento finanziario a impegni di sicurezza. Teheran richiede liquidità per sostenere le importazioni e stabilizzare la propria economia. La disputa sottolinea una lotta più profonda: se i fondi congelati vengano liberati con condizioni o restituiti come diritti sovrani.