Il memorandum d’intesa tra Washington e Teheran è arrivato dopo più di 100 giorni di guerra, presentato da Trump come un “grande accordo” che ferma il fuoco, riapre lo Stretto di Hormuz e calma i mercati. Tuttavia, mentre la Casa Bianca lo ha inquadrato come un successo, i commenti britannici e israeliani lo hanno dipinto come un duro conto da pagare per Tel Aviv. L’Iran rimane centrale, mentre Israele è emerso senza aver plasmato la fine della guerra.
Netanyahu si trova di fronte a un accordo che gli nega un linguaggio di vittoria e lo lascia a gestire le conseguenze. The Times of London ha sostenuto che la tregua di Trump ha minato la promessa fondamentale di Netanyahu: che la guerra non sarebbe finita finché l’Iran non fosse stato sconfitto e privato di influenza. Invece, i dettagli trapelati suggeriscono che l’Iran mantiene uranio arricchito e le sue reti regionali. Gli analisti affermano che Netanyahu, da tempo “proprietario indiscusso del dossier Iran”, ora si confronta con un accordo americano privo della sua impronta.
Il editoriale del Jerusalem Post si è chiesto se le condizioni di Israele siano state soddisfatte: smantellare il programma nucleare iraniano, limitare missili e droni, mettere da parte Hezbollah e preservare la libertà militare di Israele. Non ha trovato risposte chiare, avvertendo che la tregua potrebbe rappresentare un guadagno per Teheran. Su Israel Hayom, l’ex ufficiale dell’intelligence militare Danny Citrinowicz ha dichiarato che la campagna è un fallimento totale, lasciando l’Iran più forte economicamente, diplomaticamente e militarmente, senza cedere nulla su missili, proxy o diritti di arricchimento.

L’accordo ha inoltre messo in luce la limitata leva politica di Israele. The Telegraph ha descritto la rabbia israeliana per un accordo che limita l’azione militare in Libano. I rapporti hanno notato che Netanyahu ha cercato di prolungare i combattimenti ordinando un attacco a Beirut proprio mentre i colloqui USA-Iran avanzavano, irritando Trump. Gli analisti hanno sottolineato che Israele non può fare guerra all’Iran da solo, e Trump si è stancato del conflitto. A differenza dell’era Obama, Netanyahu non dispone degli strumenti per sfidare Washington, con alleati riluttanti a confrontarsi con Trump.
Internamente, i partner di coalizione rifiutano di ammettere che Israele abbia le mani legate. I ministri di estrema destra Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich insistono che l’accordo non vincola Israele e chiedono mezzi “creativi” per continuare la campagna. Le figure dell’opposizione criticano Netanyahu per non aver ottenuto risultati decisivi. L’ex primo ministro Naftali Bennett ha parlato di un “momento esistenziale”, esortando a una nuova dottrina per fare pressione sull’Iran. L’accordo arriva in un momento elettorale delicato, con Netanyahu tormentato dal 7 ottobre e dalle conseguenze della guerra di Gaza.

Avigdor Lieberman ha definito l’accordo “una vittoria completa per l’Ayatollah”, mentre Yair Lapid lo ha etichettato come uno dei più gravi fallimenti della politica estera israeliana, incolpando Netanyahu. Sul piano economico, Israele si trova di fronte alla prospettiva che l’Iran recuperi miliardi di asset congelati mentre sostiene pesanti costi per la difesa. Israel Hayom ha concluso con un amaro epitaffio: l’operazione “Ruggito del Leone” è finita non con un ruggito, ma con un gemito.
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