Il dibattito nell’industria cinematografica di Pechino è passato da come raggiungere Hollywood a se Hollywood misuri ancora il potere allo stesso modo. L’espansione del mercato interno cinese non riguarda solo i numeri del box office, ma la redistribuzione dell’influenza politica e culturale a livello mondiale. La celebrità americana non è più l’unico parametro di riferimento; Pechino sta costruendo un polo culturale autosufficiente legato all’economia nazionale, all’identità e alla memoria collettiva.

I dati provenienti da piattaforme come Maoyan e dall’Amministrazione Nazionale del Cinema mostrano che la Cina ha spezzato la presa di Hollywood con la più grande infrastruttura al mondo. Entro il 2026, la Cina contava oltre 86.000 schermi cinematografici rispetto a circa 40.000 negli Stati Uniti, permettendo un vasto pubblico interno e riducendo la dipendenza dai mercati esteri. La produzione annuale ha raggiunto 700–800 film, superando di gran lunga i 450–550 di Hollywood, con i film cinesi che catturano l’80% dei ricavi al botteghino. A metà maggio 2026, i ricavi al botteghino hanno superato i 14,4 miliardi di yuan (2 miliardi di dollari), trainati da successi locali come “Ne Zha 2”, che ha incassato 2,2 miliardi di dollari a livello globale.

La studiosa Ayn Kokas in “Hollywood Made in China” osserva che il sogno di Hollywood di vedere la Cina come suo mercato ultimo si è affievolito. Pechino ha costruito un ecosistema mediatico autosufficiente, controllando la distribuzione e dando priorità ai contenuti locali. Gli analisti sostengono che la lotta non riguarda più gli effetti visivi, ma la definizione del potere culturale. Hollywood esporta valori americani a livello globale, mentre il cinema cinese rafforza la memoria nazionale, racconta la storia da prospettive anticoloniali e lega i cinema direttamente all’economia culturale interna.

Le politiche che limitano i film stranieri e i periodi di blackout a favore delle produzioni locali hanno rimodellato il mercato. Hollywood ha perso il suo potere di “veto culturale”, poiché la Cina ora stabilisce le proprie regole. Il successo si misura dall’impatto sull’identità nazionale e sull’economia, non dagli Oscar o dai critici occidentali. Gli accordi che permettevano ai film statunitensi di entrare in Cina sono scaduti, lasciando Hollywood vulnerabile alle regolamentazioni di Pechino.

Film come “Pegasus 3” esemplificano il “cinema commerciale intelligente”, che fonde intrattenimento e orgoglio nazionale. Uscito nella primavera del 2026, ha incassato oltre 2 miliardi di yuan (276 milioni di dollari), basandosi su effetti visivi locali e celebrando la tecnologia e l’industria cinese. Epiche storiche e politiche rafforzano inoltre narrazioni di sovranità, mentre documentari come “Chang’e-6” mostrano i successi lunari della Cina, inquadrando il “Sogno Cinese” come una missione scientifica globale.
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Hollywood misurava una volta la forza diffondendo l’americanizzazione nel mondo. Oggi, la Cina non cerca di battere Hollywood nel suo stesso gioco, ma di costruire un nuovo campo. Con oltre un miliardo di spettatori interni, il successo si definisce dall’impatto culturale ed economico in patria. Hollywood può mantenere influenza nel “vecchio mondo”, ma Pechino sta plasmando un nuovo centro culturale in Asia, ridefinendo cosa significa essere una potenza cinematografica nel XXI secolo.